giovedì 12 ottobre 2017

Weinstein: aumentano le storie di molestie. Parlano anche Cara Delevingne e Lea Seydoux

Lo scandalo Weinstein che sta travolgendo Hollywood si allarga sempre di più.

La Weinstein Company ha scaricato il produttore. La compagnia si è detta totalmente estranea e, tramite un comunicato, ha dichiarato di non aver mai saputo nulla sulla condotta di Harvey Weinstein. Anche il fratello Bob, produttore, ha dichiarato di essere sempre stato all'oscuro di tutto e che suo fratello è un "uomo malato". Harvey Weinstein ha risposto chiedendo di non essere licenziato e di avere una seconda chance.
Ieri intanto la polizia è dovuta intervenire in casa della figlia di Weinstein a causa di una furiosa lite di famiglia.

Si muovono anche l'Academy e i BAFTA, che ha già comunicato di aver escluso il produttore dalla membership.
"L’Academy trova assolutamente ripugnante la condotta descritta nelle accuse che vengono mosse contro Harvey Weinstein. Tale comportamento è del tutto antitetico ai nostri standard", ha dichiarato il portavoce degli Academy Awards.
Molto probabilmente quindi Weinstein perderà anche il suo ruolo di membro dell'Academy.

E, a proposito di Academy, nelle ultime ore molti si sono ricordati di una battuta di Seth MacFarlane, presentatore degli Oscar 2013, in cui il comico aveva detto: "Complimenti alle candidate, nessuna di voi dovrà più far finta di essere attratta da Harvey Weinstein". Con un post su Twitter MacFarlane ha spiegato che quella non è stata solo una battuta.

"Nel 2011, la mia amica e collega Jessica Barth, con la quale avevo lavorato in Ted, si era confidata con me sul suo incontro con Harvey Weinstein e mi aveva parlato delle sue tentate avances nei suoi confronti. Poi, ha avuto il coraggio di parlarne apertamente", ha scritto MacFarlane, "È stato con questa consapevolezza in mente che, quando ho presentato gli Oscar nel 2013, non ho resistito all'opportunità di fare una battuta in questo senso. Nessuno sbaglio, è venuta fuori da un sentimento di sdegno e di rabbia. Non c’è niente di peggio e di più indifendibile di un abuso di potere di questa tipologia".

Ennesima conferma che le voci sul comportamento e gli abusi di Weinstein giravano da tempo a Hollywood. Il fatto che non ci sia mai stato un seguito alle voci fa capire quanto il produttore fosse influente e potente.

Intanto, alla lista delle donne che hanno avuto delle "sgradevoli esperienze", come le ha chiamate Angelina Jolie, ma che di fatto sono molestie, con Weinstein si aggiungono anche Cara Delevingne e Lea Seydoux.
La modella e attrice britannica ha scritto un lungo post su Instagram in cui racconta la propria esperienza, decisamente sgradevole, in cui si è trovata all'inizio della sua carriera di attrice, quindi poco tempo fa. Ecco il suo racconto.

"Quando ho iniziato a lavorare come attrice, ho ricevuto una chiamata da Harvey Weinstein in cui mi chiedeva se avessi fatto sesso con qualcuna delle donne con cui mi fotografavano i media. Era una chiamata molto bizzarra e spiacevole. [...] Uno o due anni dopo, ho avuto un incontro con lui nel lobby di un hotel assieme a un regista con cui stavo per lavorare. Il regista se n’è andato e Harvey mi ha chiesto di rimanere per chiacchierare. Non appena siamo rimasti soli ha iniziato a parlare di tutte le attrici con cui è andato a letto e come lui abbia costruito la loro carriera. Diceva tante cose inappropriate di natura sessuale. Poi mi ha invitato nella sua camera. Ho prontamente rifiutato e ho chiesto alla sua assistente se la mia macchina fosse pronta. Lei ha risposto di no e che non sarebbe stata pronta per un po’ e che sarei dovuta andare in camera con lui. In quel momento mi sentivo molto impotente e spaventata, ma non volevo darlo e vedere. [...] Quando sono entrata in camera sua mi sono sentita sollevata nel trovare un’altra donna, e ho pensato subito di essere al sicuro. Ci ha chiesto di baciarci e lei ha iniziato a provarci con me sotto sue direzioni. [...] Mi sono alzata subito e gli ho chiesto se sapesse che io ero capace di cantare. E ho iniziato a cantare… pensavo che avrebbe migliorato la situazione… più professionale… come un’audizione… ero così nervosa. Dopo aver cantato ho detto nuovamente che dovevo andarmene. Mi ha accompagnato alla porta ma è rimasto lì, ha cercato di baciarmi in bocca, io l’ho fermato e sono riuscita a uscire".

Queste invece le parole di Lea Seydoux al Guardian.
"Ci siamo incontrati nel lobby del suo hotel. La sua assistente, una giovane donna, era lì. Durante tutta la serata, lui ha flirtato con me. Mi guardava come un pezzo di carne. Aveva uno sguardo lascivo", ha detto l'attrice che poi ha ricordato come le cose sono degenerate una volta che la sua assistente li ha lasciati soli, "Ha iniziato a perdere il controllo, stavamo parlando sul divano, e mi ha saltato addosso provando a baciarmi. Io mi sono dovuta difendere. Lui è grosso e grasso, quindi ho dovuto usare la forza per resistere. Sono andata via dalla sua stanza, assolutamente disgustata. Non avevo paura di lui comunque. Perché sapevo che tipo di uomo fosse. Tutti sapevano chi era Harvey e nessuno ha fatto nulla... per decenni".

Da sottolineare come i racconti di tutte le donne che stanno denunciando il produttore siano molto simili, era quindi un vero e proprio modus operandi del produttore e di chi gli ha sempre retto il gioco.
Continuano anche i messaggi di solidarietà e di condanna da parte di attori, attrici e registi, come Emma Watson, Evan Rachel Wood, Beneditc Cumberbatch, Scott Derrickson, Ewan McGregor, Leonardo DiCaprio, Kristin Scott Thomas, e Colin Firth. In particolare Firth ha dichiarato di sentirsi davvero disgustato da quanto sta venendo fuori, parlando poi della "potenza" di Weinstein e del coraggio di chi ha denunciato. "E' un uomo potente e spaventoso da affrontare", ha detto Firth, "Deve essere stato terrificante per queste donne venire fuori e affrontarlo. E orribile aver subito questo tipo di molestie. Il loro coraggio è da applaudire".

A tal proposito, mentre all'estero le donne che hanno parlato ricevono complimenti per il coraggio, in Italia una vera marea di fango e insulti sta travolgendo Asia Argento, "colpevole", secondo saccenti utenti online e pseudo giornalisti, di aver denunciato troppo tardi o di aver parlato solo per farsi pubblicità. Irripetibili gli insulti che sta ricevendo, di una volgarità davvero sconcertante. Una situazione vergognosa che andrebbe condannata in modo unanime e invece sta passando quasi inosservata.

martedì 10 ottobre 2017

Hollywood contro Harvey Weinstein dopo le accuse di molestie sessuali

Un'ombra cupa aleggia su Hollywood.

La notizia delle decine di denunce per molestie sessuali contro Harvey Weinstein, uno dei produttori cinematografici più importanti e prolifici, hanno scosso violentemente l'opinione pubblica americana, la politica e, ovviamente, il mondo del cinema.
Un quadro davvero sconcertante quello che sta venendo fuori dai racconti e dalle dichiarazioni delle vittime, portate alla luce da un'inchiesta del New York Times. Sconcertante quanto la notizia delle otto donne che sarebbero state pagate per non denunciare, o come l'ammissione di colpa dello stesso Weinstein, che con una lettera si è scusato per il suo comportamento, ammettendo di fatto di aver davvero molestato tutte quelle donne. Una difesa in cui però il produttore ha anche scritto che è cresciuto negli anni '60/'70, "quando tutte le regole di comportamento sul posto di lavoro erano diverse. Quella era la cultura all'epoca". Della serie, quando la toppa è peggiore del buco.

Nelle ultime ore si sono susseguiti commenti e condanne da parte di attori, attrici e registi che hanno lavorato, anche più di una volta, con il produttore.
Tra le dichiarazioni più rilevanti e decise (e retwittate) ci sono quelle di Kate Winslet e Glenn Close [nelle foto]. Molto dura anche Jessica Chastain, tra le più attive online sull'argomento, che ha esortato gli uomini a prendere posizione e poi riguardo Harvey Weinstein ha scritto: "Ero stata avvisata fin dall'inizio. Queste storie giravano da tempo. Negare che sia accaduto significa creare le condizioni affinché accada di nuovo".


Anche George Clooney ha commentato l'accaduto e anche lui ha ammesso che le voci c'erano e da molto tempo: "Avevo sentito delle semplici voci, negli anni 90, su alcune attrici che erano state con Harvey per avere un ruolo. Ma quando apprendiamo che otto donne sono state pagate [per non sporgere denuncia]... in questo caso siamo su un piano del tutto diverso e non c’è alcun modo di venirne fuori bene. Non c’è niente da dire se non che è un comportamento indifendibile".

Commento di Glenn Close
Jennifer Lawrence ha definito "disturbanti" le notizie su Weinstein: "Ho lavorato con Harvey e non ho subito alcuna forma di molestia, né ho mai saputo nulla di queste accuse. Trovo che questo genere di abusi sia del tutto intollerabile. Il mio cuore è con tutte le donne che hanno dovuto subire un comportamento simile. Vorrei ringraziarle di persona per il coraggio che hanno avuto nel parlarne apertamente".
Kevin Smith ha scritto su Twitter di provare vergogna per aver collaborato con Weinstein: "Ha finanziato i primi 14 anni della mia carriera e ora so che, mentre io facevo profitti, c’era chi stava provando una grande sofferenza. Tutto questo mi fa provare una gran vergogna".

Il regista James Gunn, oltre a due durissimi tweet, ha scritto una lunga lettera pubblicata da diversi siti e riviste di cinema. Dame Judi Dench ha dichiarato di essere stata sempre completamente all'oscuro riguardo a questi comportamenti, e ha espresso solidarietà alle vittime. Commenti molto simili anche da parte di Emma Thompson, Seth Rogen, Mark Ruffalo, Jeff Bridges, Julianne Moore, Lena Dunham, e tanti altri.

Tra i commenti più attesi quello di Meryl Streep, che nel 2012 dal palco dei Golden Globe aveva chiamato Weinstein "Dio". L'attrice si è detta disgustata. "Le donne coraggiose che hanno fatto sentire la loro voce per denunciare gli abusi sono eroine", ha scritto la Streep in un comunicato, aggiungendo: "Non tutti sapevano. Io non sapevo degli accordi economici con attrici e colleghe; non sapevo degli incontri in stanze d'albergo, nel bagno o di altri atti inappropriati e coercitivi. Harvey è sempre stato rispettoso con me e con molti altri con cui ha lavorato. Non sapevo di queste azioni, non sapevo che avesse avuto incontri nella sua camera d’albergo, nel suo bagno, o compiuto azioni inappropriate o violenze. Il comportamento è imperdonabile".

Commento di Kate Winslet
Tra queste donne coraggiose ci sono le attrici Ashley Judd, che ha raccontato di come il produttore volesse che lei lo guardasse fare la doccia, e Rose McGowan, che su Twitter ha postato una sua foto di qualche anno fa scrivendo "Questa è la ragazza che è stata ferita da un mostro", ma nelle ultime ore si sono aggiunte altre testimonianze, di persone famose e non. Una di queste è Romola Garai. L'attrice britannica ha raccontato di aver incontrato il produttore quando aveva 18 anni, perché anche dopo i provini le attrici dovevano essere "personalmente approvate da lui". L'attrice ha dichiarato di essere stata ricevuta in una stanza d'albergo con Weinstein che gli ha aperto la porta in vestaglia. "Avevo solo 18 anni. Mi sono sentita violata", ha detto l'attrice che ha poi definito quel comportamento come un abuso di potere.
Un'altra testimonianza è arrivata da un'ex cameriera del ristorante del palazzo in cui risiedeva l'ufficio di Weinstein. La donna ha dichiarato che le ragazze, "molto giovani, sempre belle ed eleganti", venivano ricevute in incontri privati che prevedevano anche un tour degli uffici fuori l'orario di lavoro, incontri che duravano anche ore e da cui le ragazze uscivano sempre sconvolte "tanto da riuscire a malapena a finire il bicchiere che aveva iniziato a bere".

Lo scandalo intanto si allarga e rischia di coinvolgere altre celebrità. Nelle ultime ore una giornalista ha dichiarato che Matt Damon e Russell Crowe fecero pressioni sul giornale per cui lavorava per non far uscire un'inchiesta in cui si parlava di una donna che era stata pagata per tenere la bocca chiusa dopo un incontro sessuale "non voluto" con Weinstein. Il giornale però ha smentito le pressioni. I due attori non hanno ancora commentato.

Sicuramente nelle prossime settimane ci saranno altre rivelazioni e altre testimonianze. Intanto la Weinstein Company, che teme grosse ripercussioni sul piano lavorativo, ha licenziato Harvey Weinstein e poi si è chiusa nel silenzio.

AGGIORNAMENTO

Tra le donne molestate da Harvey Weinstein anche Asia Argento. L'attrice romana ha rilasciato un'intervista al New Yorker in cui ha raccontato la serata da incubo vissuta con il produttore.
Il brutto fatto è avvenuto nel 1999, quando l'attrice aveva 21 anni. Asia Argento ha dichiarato di essere stata invitata a un party della Miramax, ma una volta arrivata in albergo il party non c'era. Lì ha trovato solo Harvey Weinstein, che si è presentato in vestaglia e con una lozione per massaggi. L'attrice racconta di essersi rifiutata di fare un massaggio e che a quel punto Weinstein ha abusato di lei. "Gli ho detto di fermarsi ma mi ha spaventato", ha raccontato l'attrice, "Un uomo grande, grosso e grasso che ti costringe a fare cose che non vuoi. E' stato come un mostro di una brutta favola. Dopo quel giorno, quando lo guardavo negli occhi mi sentivo debole. Dopo la violenza, lui aveva vinto".

L'attrice ha raccontato anche di come mesi dopo Weinstein abbia continuato a chiamarla per offrirle regali costosi. Asia Argento ha riproposto questa stessa scena nel suo film Scarlet Diva, e ha raccontato che una donna, dopo aver visto il film, le ha chiesto se quell'uomo nel film rappresentasse proprio Harvey Weinstein. Lo stesso produttore, vendendo la scena, si è riconosciuto, e ha mandato un messaggio all'attrice in cui diceva "Ah ah ah, molto divertente!" e poi si è scusato per quanto accaduto.

Asia Argento ha dichiarato che ancora oggi si sente male a raccontare quanto accaduto quel giorno, e di avere un grosso rimpianto. "Il brutto di esserne stata vittima è che mi sento responsabile, perché se fossi stata una donna forte, gli avrei tirato un calcio nelle palle e sarei scappata", ha detto l'attrice al New Yorker, "Ma non l'ho fatto. Sono passati 20 anni da quella storia e se non l'ho fatta uscire prima è perché avevo paura. Lui ha fatto male a tante persone in passato".

Una storia davvero orribile.

lunedì 9 ottobre 2017

Blade Runner 2049 - la recensione

All'annuncio di un sequel di Blade Runner, il sangue si è gelato nelle vene di tutti i cinefili del mondo. Si può fare il sequel di un capolavoro come Blade Runner? La risposta di tutti è stata: no, a meno di un miracolo, non si può fare.
Denis Villeneuve ha fatto il miracolo.

Los Angeles, 2049, sono passati trent'anni da quando Deckard ha dato la caccia a Roy e agli altri replicanti ribelli. Nel 2049 i replicanti della Tyrell sono stati tutti ritirati e considerati fuori legge. Ci sono nuovi replicanti, quelli della Wallace Industries, perfezionati, più resistenti e ubbidienti, e soprattutto più longevi. Il Blade Runner K è sulle tracce degli ultimi Nexus della Tyrell, il "ritiro" di uno di questi lo porta a scoprire qualcosa che potrebbe cambiare tutto quello che si conosce dei replicanti, e di conseguenza anche il mondo. K inizia un'indagine che lo porterà a farsi delle domande che andranno a scavare anche dentro i suoi ricordi.
Non si può (e non si deve) svelare più di tanto della trama di Blade Runner 2049. La storia che sta alla base non è complessa ma il film ha bisogno dei suoi tempi e delle sue immagini per rivelare, mano a mano, ogni risvolto della storia.

Blade Runner 2049 non è Blade Runner, fare un paragone sarebbe alquanto stupido. Il film di Denis Villeneuve è un sequel ma è anche una espansione del film di Ridley Scott. Il regista canadese ha avuto l'intelligenza di non ripetere e non ricalcare stessi luoghi e situazioni. Villeneuve allarga lo sguardo, anche nelle tematiche filosofiche, proponendo interrogativi importanti su cosa rende umani, su quanto i ricordi incidano su una persona (o un replicante), su cosa è reale o no e se questo sia davvero importante quando si tratta di rapporti tra persone (il cane, vero o no, di Deckard nel film è un esempio lampante).
Se il film di Scott incastrava perfettamente la storia noir di un uomo, una donna, e alcuni replicanti, all'interno di un affresco sci-fi caotico, affollato e freddo, in Blade Runner 2049, Villeneuve fa quasi il contrario, inserisce una storia ampia in un contesto ancora più ampio, fatto di vasti scenari vuoti, caldi (anche quando piove o nevica) e "puliti", con tematiche che non riguardano solo i singoli ma il mondo intero.

Il punto di forza di Blade Runner 2049 è senz'altro la resa visiva. E' un film visivamente potente, impressionante e spettacolare. La regia di Villeneuve è molto precisa, elegante, coraggiosa, quasi architettonica. Regia, scenografie e fotografia, accompagnate da una musica perfetta (Hans Zimmer, sempre sia lodato), regalano allo spettatore delle immagini stupefacenti, mai fine a se stesse, che fanno davvero spalancare gli occhi dallo stupore per la loro bellezza. Per un film come questo è essenziale la visione al cinema, sul grande schermo, per farsi avvolgere dalla grandezza delle scene.

A rimanere nella mente non sono solo le immagini ma anche i personaggi. Il rischio era quello di passare tutto il tempo a chiedersi "ma quando esce Harrison Ford?". Rischio scongiurato. Il personaggio di K è affascinante, malinconico, romantico, e Ryan Gosling è praticamente perfetto, con il suo modo minimalista di recitare riesce a trasmettere tutto il senso di incompletezza del suo personaggio. Ottimo Harrison Ford, non ha avuto nessun problema a rimettersi nei panni, qui più sofferti e rassegnati, di Deckard. Ma Blade Runner 2049 è un film fatto soprattutto di donne, due su tutti: Ana de Armas e Sylvia Hoeks.
Ana de Armas interpreta Joi, assistente personale di K, ma anche qualcosa in più per lui. Tra i due c'è un rapporto romantico e tragico che in alcuni aspetti ricorda il film Her di Spike Jonze, ma in versione più futuristica. Le trovate visive che Villeneuve regala a Joi sono davvero originali e emozionanti. Completamente diverso il personaggio di Sylvia Hoeks, che va a riempire  quello che è forse l'unico vero buco del film: il villain. Jared Leto infatti non incide nel ruolo del cattivo, sia perché il personaggio è poco approfondito, sia perché lui non riesce a dargli quella misteriosa ambigua malvagità che sarebbe servita, ma a rimediare è Sylvia Hoeks con la sua Luv. La vera villan del film, fortissima, spietata ma non senza emozioni, Luv è uno dei personaggi che restano più impressi alla fine del film.

La bravura del regista nel creare questo "sequel impossibile" è stata quella di non essere solo sequel ma di essere anche complementare, di non copiare ma guardare a Blade Runner, di non ripetere ma espandere, di trasportare alcuni elementi chiave di quel mondo creando però una nuova strada, lasciando anche aperta la porta a un possibile terzo film, ma per farlo servirà un regista della bravura e dell'intelligenza di Denis Villeneuve.

Blade Runner 2049 è un gran film, vivo e spettacolare. Non si poteva chiedere un sequel migliore di questo.

venerdì 6 ottobre 2017

Come Ti Ammazzo il Bodyguard - la recensione

A Hollywood capita spesso che uno script finito nel dimenticatoio, inserito nella "lista nera delle sceneggiature", venga poi ripescato per essere portato sul grande schermo. E' il caso del film Come Ti Ammazzo il Bodyguard, action comedy diretta da Patrick Hughes (I Mercenari 3).

Michael Bryce (Reynolds) è una guardia del corpo da tripla A, impeccabile e preparatissimo, che vede la propria carriera, e di conseguenza la propria vita, cadere in disgrazia dopo che uno dei suoi clienti viene ucciso sotto i suoi occhi. Darius Kincaid (S.L.Jackson) è un sicario mercenario con più di 200 omicidi sulle spalle, ora rinchiuso in carcere, ma è anche l'unico che può incastrare Vladislav Dukhovich (G.Oldman), ex dittatore bielorusso sotto processo all'AIA per genocidio. Con l'Interpool compromessa, Bryce si ritroverà a dover scortare il suo "vecchio nemico" Kincaid fino ad Amsterdam.

Prima di tutto, prima di guardare il film, prima di giudicarlo, c'è qualcosa di essenziale da fare: cancellare dalla propria mente il titolo italiano. Come Ti Ammazzo il Bodyguard non è solo un brutto titolo, è anche piuttosto stupido e fuorviante rispetto al film. Molto meglio il titolo originale, The Hitman's Bodyguard, "la guardia del corpo del sicario", semplice e molto più aderente al film. Il motivo della scelta italiana è davvero difficile da comprendere, anche se si può immaginare che un titolo così cretino serva ad attirare più gente possibile, il problema è che così si promette un film dai "toni cretini", cosa che alla fine The Hitman's Bodyguard non è.
Sia chiaro, il film di Hughes non è un film d'azione serio, è una action comedy, un po' buddy movie, che si prende poco sul serio e propone una lunga serie di omicidi, sparatorie e sangue, ma all'interno ci sono anche momenti seri e argomenti tutt'altro che "cretini", come il tema dei genocidi.

The Hitman's Bodyguard non propone niente di nuovo, non è particolarmente originale nella storia ma può contare su un cast perfetto che riesce a tenere alti i toni per tutta la sua durata. La coppia Samuel L. Jackson - Ryan Reynolds funziona alla grande, con il primo che qui interpreta una specie di "best of" dei suoi personaggi passati, e Reynolds perfetto nel ruolo dell'agente perfettino (sembra quasi la parodia del suo ruolo in Safe House) che incassa i colpi del suo collega e rilancia. L'alchimia tra i due attori è il motore del film e probabilmente regista e sceneggiatori avrebbero dovuto sfruttarli più di quanto abbiano fatto. Gary Oldman è sempre un perfetto cattivo, riesce ad essere inquietante anche in un film dai toni più scanzonati. E poi c'è Salma Hayek, che ha poco spazio ma se lo prende tutto.

The Hitman's Bodyguard non è certo un film che lascerà un segno indelebile nella storia del cinema, e nemmeno nella mente dello spettatore, è altalenante e a volte troppo indeciso nei toni che vuole assumere ma è divertente, due ore di puro intrattenimento.

sabato 30 settembre 2017

Madre! - la recensione

Uno scrittore e la sua giovane moglie vivono in una grande casa di campagna, per permettere a lui di ritrovare l'ispirazione perduta. Mentre l'uomo è incapace di scrivere anche una sola parola, sua moglie è costantemente impegnata a rimettere a nuovo l'abitazione.
Una sera però, un uomo sconosciuto bussa alla loro porta e, letteralmente, entra in casa loro, seguito poi dalla moglie e dai figli, finché la situazione non diventa totalmente fuori controllo.

Il nuovo film di Darren Aronofsky ha spaccato in due la critica allo scorso Festival di Venezia, dove è stato accolto da fragorosi fischi ma anche da qualche applauso, ed effettivamente è molto facile avere opinioni polarizzanti su quella che si dimostra essere un'opera controversa, dai molteplici piani di lettura, fortemente allegorica e onirica.
Già dalla prima scena ci si ritrova coinvolti in una sorta di incubo, l'atmosfera è angosciante, inquietante, la casa stessa diventa viva, simbolo di terrore, della femminilità vessata della protagonista. Man mano che il film avanza, le allegorie diventano sempre più numerose e articolate, dal seminterrato sede dell'inconscio, al sangue come simbolo di morte e rinascita, fino a rimandi biblici più o meno espliciti. L'atmosfera diventa sempre più cupa e lo spettatore si sente sempre più a disagio, fino al finale in cui il ciclo ricomincia e letteralmente una nuova relazione nasce dalle ceneri della precedente.

Sicuramente dal lato tecnico siamo di fronte a un signor film: la regia è molto particolare, con primi piani insistenti, riprese che seguono i personaggi come un'ombra, contrasti fra luci e ombre e la fotografia gioca benissimo con i canoni dell'horror, con il contrasto fra i colori chiarissimi della casa e della protagonista, il nero degli ospiti e il rosso scuro, macabro, del sangue.
Il cast non è da meno, i vari Ed Harris, Michelle Pfeiffer, Domhnall Gleeson, Javier Bardem, pur se alcuni con un ruolo molto piccolo, fanno il loro perfettamente, ma su tutti spicca una bravissima Jennifer Lawrence, intensa e in parte come non la si vedeva da un po', incarnazione perfetta della femminilità e della maternità più viscerale.

Sicuramente è un film dalla fortissima impronta autoriale e non è facile elaborare un giudizio che non sia fortemente influenzato da opinioni esclusivamente soggettive, perché vive di atmosfera e di simbolismo più di quanto non lo abbia fatto qualsiasi altra pellicola di Aronofsky e sicuramente anche i fan più accaniti del regista si ritroveranno spiazzati.
È facilissimo odiarlo visceralmente, ma allo stesso tempo è altrettanto facile amarlo totalmente e non è così facile decidere se si è assistito a un capolavoro o al film più assurdo e pretenzioso di sempre. Sicuramente è un film che va visto, anche solo per farsi una propria opinione in merito, perché comunque è innegabile che qualcosa del genere non si vede spesso.

lunedì 25 settembre 2017

Valerian e la Città dei Mille Pianeti - la recensione

Valérian et Laureline, il cult del fumetto francese arriva al cinema grazie a Luc Besson, cineasta francese non estraneo al cinema di fantascienza.

Valerian e la Città dei Mille Pianeti è però un progetto abbastanza particolare, tanto ambizioso quanto a tratti (purtroppo) fallimentare. Nonostante l'altissimo budget usato per la sua realizzazione, non riesce ad essere ciò che doveva essere, ovvero una space opera kolossal che, anche in base alle dichiarazioni di Besson, avrebbe dovuto dare inizio ad un franchise cinematografico. 

Valerian poggia le sua basi su una trama quasi inesistente, due protagonisti inadatti (Cara Delevigne e Dane DeHaan) e una spettacolarità visiva sfarzosa che non riesce a colmare le numerosissime lacune disseminate in tutto il progetto. Valerian e la Città dei Mille Pianeti è spettacolare, questo è innegabile. L'occhio gode più di una volta grazie anche ad alcune sequenze di fuga/inseguimento davvero ben congegnate. Purtroppo però non si riesce a godere nello stesso modo della storia, frammentata, fredda troppo lineare (nonostante la presenza di "viaggi"spazio-temporali"), fatto aggravato dalla poca empatia dei due protagonisti completamente sbagliati al livello di casting.

Funzionano gli stravaganti e variopinti alieni, le sfavillanti scenografie, la fotografia, ma siamo comunque lontani dal Besson di Il Quinto Elemento o Nikita. L'aura e lo stile del regista francese fanno brevemente capolino in alcune scelte stilistiche ma nulla più. Un gran peccato.

venerdì 22 settembre 2017

L'Inganno - la recensione

Torna Sofia Coppola, a quattro anni di distanza da Bling Ring, e sembra tornare alle origini della sua filmografia, a quel Il Giardino delle Vergini Suicide che sapeva dosare meravigliosamente inquietudine e leggiadria.

Nel bel mezzo della Guerra di Secessione Americana, con i cannoni che risuonano il lontananza, siamo introdotti in un mondo sospeso, quasi ultraterreno, in cui il bianco virginale degli abiti delle donne è abbagliante in contrasto con il sangue portato dal soldato nordista interpretato da Colin Farrell.
Siamo di fronte a una sorta di fiaba distorta, e infatti la scena iniziale è proprio quella di una bambina da sola nel bosco che si imbatte in quello che potremmo definire un "lupo", e impietosita lo porta con sé, ferito e sanguinante, nel collegio in cui risiede insieme ad alcune altre ragazze e due istitutrici.
Qui la presenza maschile funge da catalizzatore affinché l'equilibrio precario si rompa: le donne, dalle bambine fino alla più anziana, sono inesorabilmente attratte da lui, non riescono a tenervisi lontane, scatenando un malsano circolo di gelosie e inganni.
Ma la genialità del film sta nel ribaltamento della fiaba classica. Il lupo diventa vittima, prigioniero inerme di un gruppo di donne solo apparentemente pure, e allora anche la fotografia si fa più scura e la regia più cupa, fino allo sfociare nel thriller più teso.

Il cast, guidato da una sempre magistrale Nicole Kidman, fa un lavoro pazzesco, da Kirsten Dunst a Elle Fanning, e anche Farrell stupisce positivamente.

Il film ha vinto il premio per la regia allo scorso festival di Cannes e non ci stupiremmo di vederlo in corsa ai prossimi Oscar, perché Sofia Coppola questa volta riesce a centrare in pieno tutti i punti, confezionando il suo miglior film dai tempi di Marie Antoinette.

lunedì 18 settembre 2017

Emmys 2017: tutti i vincitori



Si sono tenuti questa notte gli Emmy Awards, da molti considerati come gli Oscar della Televisione.
Nella cerimonia presentata da Stephen Colbert non sono certo mancate le sorprese (e le battute su Trump): a sbancare sono state due serie tutte al femminile, The Handmaid's Tale, tratto dal romanzo distopico di Margareth Atwood, e Big Little Lies. Particolarmente significativoè stato il discorso di ringraziamento di Nicole Kidman, migliore attrice protagonista in una miniserie, che,visibilmente emozionata, ha parlato di violenza domestica e abusi sulle donne.
Per quanto riguarda le comedy, a farla da padrone è Donald Glover, il primo afroamericano a vincere un premio per la regia in una commedia, che fa doppietta e si porta a casa anche il premio come miglior attore protagonista.

Ecco qui la lista dei vincitori:

Miglior serie drammatica

Better Call Saul
The Crown
The Handmaid’s Tale
Stranger Things
This Is Us
Westworld
House of Cards

Miglior attore protagonista in una serie drammatica

Sterling K. Brown, This Is Us
Anthony Hopkins, Westworld
Matthew Rhys, The Americans
Liev Schreiber, Ray Donovan
Kevin Spacey, House of Cards
Milo Ventimiglia, This Is Us

Miglior attrice protagonista in una serie drammatica

Viola Davis, How to Get Away with Murder
Claire Foy, The Crown
Elisabeth Moss, The Handmaid’s Tale
Keri Russell, The Americans
Evan Rachel Wood, Westworld
Robin Wright, House of Cards

Miglior attore non protagonista in una serie drammatica

John Lithgow, The Crown
Jonathan Banks, Better Call Saul
Mandy Patinkin, Homeland
Michael Kelly, House of Cards
David Harbour, Stranger Things
Ron Cephas Jones, This Is Us
Jeffrey Wright, Westworld

Miglior attrice non protagonista in una serie drammatica

Ann Dowde, The Handmaid’s Tale
Samira Wiley, The Handmaid’s Tale
Uzo Aduba, Orange Is the New Black
Millie Bobby Brown, Stranger Things
Chrissy Metz, This Is Us
Thandie Newton, Westworld

Miglior miniserie

Big Little Lies
Fargo
Feud: Bette and Joan
The Night Of
Genius

Miglior attore protagonista in una miniserie o film

Riz Ahmed, The Night of
Benedict Cumberbatch, Sherlock
Robert De Niro, The Wizard of Lies
Ewan McGregor, Fargo
Geoffrey Rush, Genius
John Turturro, The Night of

Miglior attrice protagonista in una miniserie o film

Carrie Coon, Fargo
Felicity Huffman, American Crime
Nicole Kidman, Big Little Lies
Jessica Lange, Feud
Susan Sarandon, Feud
Reese Witherspoon, Big Little Lies

Miglior attore non protagonista in una miniserie o film

Alexander Skarsgard, Big Little Lies
David Thewlis, Fargo
Alfred Molina, Feud
Stanley Tucci, Feud
Bill Camp, The Night Of
Michael K. Williams, The Night Of

Miglior attrice non protagonista in una miniserie o film

Regina King, American Crime
Shailene Woodley, Big Little Lies
Laura Dern, Big Little Lies
Judy Davis, Feud
Jackie Hoffman, Feud
Michelle Pfeiffer, The Wizard of Lies

Miglior serie comedy

Atlanta
Black-ish
Master of None
Modern Family
Silicon Valley
Unbreakable Kimmy Schmidt
Veep

Miglior attrice protagonista in una serie comedy

Pamela Adlon, Better Things
Jane Fonda, Grace&Frankie
Allison Janney, Mom
Ellie Kemper, Unbreakable Kimmy Schmidt
Julia Louis-Dreyfus, Veep
Tracee Ellis Ross, Black-ish
Lily Tomlin, Grace&Frankie

Miglior attore protagonista in una serie comedy

Anthony Anderson, Black-ish
Aziz Ansari, Master of None
Zach Galifianakis, Baskets
Donald Glover, Atlanta
William H. Macy, Shameless
Jeffrey Tambor, Transparent

Miglior attore non protagonista in una serie comedy

Alec Baldwin, Saturday Night Live
Louie Anderson, Baskets
Ty Burrell, Modern Family
Tituss Burgess, Unbreakable Kimmy Schmidt
Tony Hale, Veep
Matt Walsh, Veep

Miglior attrice non protagonista in una serie comedy

Kate McKinnon, Saturday Night Live
Vanessa Beyer, Saturday Night Live
Leslie Jones, Saturday Night Live
Anna Chlumsky, Veep
Judith Light, Transparent
Kathryn Hahn, Transparent

Miglior film per la tv

The Wizard of Lies
Black Mirror (San Junipero)
Dolly Parton’s Christmas of Many Colors: Circle of Love
The Immortal Life of Henrietta Lacks
Sherlock

domenica 10 settembre 2017

Baby Driver - Il Genio della Fuga - la recensione

Azione, adrenalina, amore e drama. Sono questi gli ingredienti alla base di Baby Driver - Il Genio della Fuga, nuovo film firmato dal regista britannico Edgar Wright, noto al grande pubblico per la sua ironia che non manca di trasportare anche in questo suo ultimo lungometraggio.
Ironia che tuttavia accompagna questa volta con un velo di drammaticità più accentuata rispetto ai suoi primi più spensierati lavori. Caratteristica del tutto apprezzabile che dona all'intera opera un fascino più adulto e a tratti tagliente.

Il grande merito della riuscita del lavoro, come spesso accade nei film di Wright, è da attribuire al variegato cast, da Ansel Elgort (Colpa delle Stelle) e Lily James (Cenerentola), hai più navigati Kevin Spacey, Jon Bernthal, Eiza González, Jon Hamm e Jamie Foxx.

Baby Driver intrattiene, coinvolge e commuove grazie ad una costruzione generale mai banale e sempre attiva che, come già ribadito, coinvolge lo spettatore trasportandolo nelle folli corse automobilistiche di cui Baby è in primo luogo protagonista, grazie anche alla scelta di amalgamare la musica direttamente con il montaggio serrato tipico di Wright.

Il buon regista non ha mai deluso e conferma il suo enorme talento su molti fronti. Edgar Wright sempre e comunque.

sabato 9 settembre 2017

Venezia 74 - 'The Shape of Water' vince il Leone d'Oro

La fiaba dark The Shape of Water di Guillermo del Toro vince il Leone d'Oro.

Presentato il secondo giorno del festival, da subito è entrato nella top3 dei papabili vincitori. E così è stato, un emozionatissimo Guillermo del Toro ha ritirato il Leone d'Oro dalle mani del presidente di giuria Annette Bening.

Gli altri premi hanno un po' spiazzato. La Coppa Volpi come migliore attrice è andata a Charlotte Rampling per il film italiano Hannah. Premio meritato anche se tutti tifavano spudoratamente per la Frances McDormand di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, film che si è portato a casa il premio per la migliore sceneggiatura, decisamente meritato ma forse un po' troppo poco per un film che ha davvero convinto e conquistato tutti.
Sorpresa per la Coppa Volpi per il migliore attore è stata assegnata a Kamel El Basha per il film L’insulto, anche in questo caso un premio meritato ma tutti speravano in Donald Sutherland (The Leisure Seeker).
Scontato il premio Marcello Mastroianni per il migliore attore/attrice emergente, consegnato al giovane Charlie Plummer per Lean on Pete.

Venezia 74 si è chiuso con Paolo Baratta che ha dato appuntamento al 29 agosto 2018.

Ecco tutti i vincitori.

CONCORSO
Leone d’Oro per il Miglior Film: The Shape of Water di Guillermo del Toro
Leone d’Argento Gran Premio della Giuria: Foxtrot di Samuel Maoz
Leone d’Argento per la Migliore Regia: Xavier Legrand per Jusqu’à la garde
Coppa Volpi migliore attore: Kamel El Basha per L’insulto di Ziad Doueiri
Coppa Volpi migliore attrice: Charlotte Rampling per Hannah di Andrea Pallaoro
Miglior Sceneggiatura: Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Charlie Plummer per Lean on Pete di Andrew Haigh
Premio Speciale della Giuria: Sweet Country di Warwick Thornton

SEZIONE ORIZZONTI
Premio Orizzonti per il Miglior Film: Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli
Premio Orizzonti per la Miglior Regia: Vahid Jalilvand per Bedoone Tarikh, Bedoone Emza
Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura: Los versos del olvido di Alireza Khatami
Premio Speciale della Giuria di Orizzonti: Caniba di Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor
Premio Orizzonti per il Miglior Cortometraggio:  Gros Chagrin di Céline Devaux
Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Maschile: Navid Mohammadzadeh per Bedoone Tarikh, Bedoone Emza di Vahid Jalilvand
Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Femminile: Lyna Khoudri per Les Bienheureux di Sofia Djama

VENICE VIRTUAL REALITY
Miglior Film VR: Arden’s Wake Expanded di Eugene Yk Chung
Migliore Esperienza VR (per contenuto interattivo): La Camera Insabbiata di Laurie Anderson e Hsin-Chien Huang
Migliore Storia VR (per contenuto lineare): Bloodless di Gina Kim

VENEZIA CLASSICI
Miglior Film Restaurato:  Idi i smotri di Elen Klimov
Miglior Documentario sul Cinema: The Prince and the Dybbuk  di Elwira Niewiera e Piotr Rosolowski