sabato 3 dicembre 2016

Free State of Jones - la recensione

Da Hunger Games alla Guerra Civile Americana, il regista Gary Ross racconta una piccola grande storia dimenticata.

1862, Guerra Civile, l'infermiere sudista Newt Knight decide di tornare a casa per riportare indietro il corpo del giovane nipote ucciso al fronte. Da quel momento Newt è un disertore. Una volta a casa si ritrova ad affrontare l'altra faccia della guerra, con i confederati che vanno di casa in casa a sequestrare tutto quello che vogliono per il bene della causa, lasciando i poveri ancora più poveri. Costretto a lasciare la propria casa, moglie e figlio, Newt si rifugia nella palude, dove insieme ad altri disertori metterà su un esercito per ribellarsi ai soprusi dei confederati. Ne nasce una vera e propria ribellione, con bianchi disertori e schiavi neri fuggiti che uniscono le forse e riescono a cacciare via i confederati istituendo lo "Stato Libero di Jones", dove tutti gli uomini sono uguali. Newt si unisce a una ex schiava nera, e quando la moglie e il figlio fanno ritorno li ospita nella sua proprietà, tutti insieme felici e sereni. Quando la guerra finisce però le cose cambiano, torna il razzismo, torna la schiavitù, e cominciano a comparire gli uomini incappucciati del KKK. Il sogno di Newt Knight di uno stato fatto di uomini liberi e uguali si sgretola, le sue scelte vengono viste come qualcosa di sbagliato anche a distanza di anni, quando nel 1948 il nipote Davis Knight, "colpevole" di essere per una piccola parte nero, viene processato per essersi unito in matrimonio con una donna bianca.

Un grande dramma storico quello raccontato da Gary Ross nel film Free State of Jones, che porta all'attenzione la figura di un uomo coraggioso che ha vissuto seguendo i suoi ideali di libertà e uguaglianza senza piegarsi ai soprusi e alle leggi sbagliate dell'epoca.
Free State of Jones non è un film di guerra (anche se viene erroneamente presentato come tale) ma è un film che inizia con la violenza del fronte durante la Guerra Civile Americana, continua raccontando il ritorno a casa, poi la ribellione, la conquista dei propri diritti, la perdita di quegli stessi diritti, e infine il razzismo che perdura nel tempo. Tanti temi importanti, forse troppi per un film solo. La messa in scena di Gary Ross è imponente e dettagliata, il regista riesce a trasmettere il senso di ingiustizia per gli atti di crudeltà, sia al fronte che a guerra finita, ma pecca nel ritmo. Il film procede un po' troppo a strappi e si disperde tra i tanti temi affrontati diventando una specie di grosso puzzle che racconta eventi importanti, e finendo così per limitare il coinvolgimento emotivo dello spettatore, soprattutto verso le vicende più "moderne", ambientate negli anni '40.

Ottimo il cast. Molto bravo Matthew McConaughey, molto calato nella parte riesce a dare una bella intensità al personaggio e a renderlo credibile. Molto bravo anche Mahershala Ali, che avrebbe meritato più spazio. Il film meriterebbe di essere visto in lingua originale, per apprezzare l'incomprensibile accento del sud di McConaughey.

Nonostante Gary Ross non riesca a trovare sempre un equilibrio per il racconto e spesso venga sopraffatto dall'abbondanza degli eventi trattati, Free State of Jones è un buon film, con un intento lodevole e che racconta una storia importante che è giusto raccontare.

giovedì 1 dicembre 2016

Snowden - la recensione

Nel 2013 il ventinovenne Edward Snowden, ex dipendente della CIA e consulente informatico per la NSA, racconta a un giornalista del The Guardian e a una documentarista, alcuni fra i più importanti segreti riguardanti lo spionaggio, da parte del governo degli Stati Uniti nei confronti dei suoi cittadini. Barricato all'interno di una camera d'albergo, Snowden non si limita a raccontare i fatti, ma fornisce ai suoi interlocutori, e quindi allo spettatore, le motivazioni più profonde del suo gesto e l'ideale che lo ha spinto a rischiare tutto per rivelare al mondo la verità

Una storia del genere sembra concepita appositamente per finire nel mirino di un regista come Oliver Stone, una biografia dal forte connotato politico non poteva di certo sfuggirgli e in un certo senso Snowden presenta tutti i classici stilemi del cinema di Stone.
Probabilmente qualche anno fa ne avrebbe ricavato un capolavoro, ma purtroppo non è così e ancora una volta, come accade ormai da Alexander in poi (ultimo suo film davvero memorabile, nel bene e nel male) Stone non riesce a fare bene pur non sbagliando nulla. Perché non c'è effettivamente un vero e proprio problema in Snowden, né nella regia sempre impeccabile e anzi, che offre più di uno spunto interessante, né nella sceneggiatura che, pur a volte un po' confusa, riesce a delineare molto bene l'uomo Snowden prima del personaggio ritratto dai giornali, aiutato anche moltissimo dall'interpretazione misurata di Joseph Gordon Levitt che impedisce a Stone di strafare e mitiga una retorica, soprattutto nel finale, che avrebbe rischiato di diventare irritante.
Il vero problema di Snowden è che, in più di due ore di film, non riesce mai davvero a coinvolgere, mai ad emozionare, ed al di là del suo protagonista non c'è nessun personaggio che rimane davvero impresso, pur potendo contare su un cast di tutto rispetto.
Un film asettico, il che è davvero strano dato che negli intenti si riscontra invece l'opposto, con una vena politica marcata e dell'idealismo che esce fuori prepotentemente nel finale.
Non c'è nulla di sbagliato in Snowden, eppure non c'è nemmeno nulla di convincente e a questo punto è lecito chiedersi dove sia finito Oliver Stone.

mercoledì 30 novembre 2016

'Manchester by the Sea' miglior film per la National Board of Review. 'Moonlight' vince i Gotham Awards

La stagione dei premi ormai ha preso il via, i primi verdetti arrivano dai Gotham Awards, premio dedicato al cinema indipendente, e dalla National Board of Review, organizzazione cinefila newyorkese formata da cinefili di diversa provenienza (studenti, insegnanti, storici, ecc).
Entrambi i premi sono moderatamente indicativi per gli Oscar, più che altro danno un'idea di chi potrebbe rientrare tra i nominati.

A trionfare ai Gotham Awards 2016 è stato Moonlight di Barry Jenkins, film d'apertura all'ultimo Festival di Roma, che si è portato a casa quattro premi: miglior film, migliore sceneggiatura, il premio del pubblico, e un premio speciale della giuria per il cast.

Casey Affleck (Manchester by the Sea) e Isabelle Huppert (Elle) sono stati premiati come migliore attore e attrice.

Ecco l'elenco dei vincitori:

Miglior film: Moonlight
Miglior attore: Casey Affleck - Manchester by the Sea
Migliore attrice: Isabelle Huppert - Elle
Miglior regista rivelazione: Trey Edward Shults - Krisha
Miglior interprete emergente: Anya Taylor-Joy - The Witch
Miglior sceneggiatura: Barry Jenkins e Tarell Alvin McCraney - Moonlight
Premio speciale della giuria per il miglior cast: Moonlight
Miglior serie rivelazione - forma lunga: Crazy Ex-Girlfriend
Miglior serie rivelazione - forma corta: Her Story
Premio del pubblico: Moonlight
Miglior documentario: O.J.: Made in America
Spotlight on Women Filmmakers "Live the Dream" Grant: Shaz Bennett – Alaska is a Drag; Katie Orr – Poor Jane; Roxy Toporowych – Julia Blue
Premio alla carriera: Amy Adams; Ethan Hawke; Arnon Milchan; Oliver Stone

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Altro giro, altro premio, altro vincitore. La National Board of Review ha assegnato il premio come miglior film a Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan. Il film si è portato a casa anche i premi come migliore attore (Casey Affleck), sceneggiatura originale, e rivelazione maschile (Lucas Hedges), per un totale di quattro premi.

Il premio come migliore attrice è andato a Amy Adams per lo sci-fi Arrival. A vincere nelle categorie non protagonisti invece sono stati Jeff Bridges per Hell or High Water, e Naomie Harris per Moonlight, film che si è portato a casa anche il premio per la migliore regia.
Tra i premiati anche Silence di Martin Scorsese, che ancora non è uscito nelle sale, a cui è andato il premio per la migliore sceneggiatura non originale.

Ecco tutti i premi e i migliori titoli dell'anno secondo la National Board of Review.

Miglior film: Manchester by the Sea
Miglior regista: Barry Jenkins per Moonlight
Miglior attore: Casey Affleck per Manchester by the Sea
Miglior attrice: Amy Adams per Arrival
Miglior attore non protagonista: Jeff Bridges per Hell or High Water
Miglior attrice non protagonista: Naomie Harris per Moonlight
Miglior sceneggiatura originale: Kenneth Lonergan per Manchester by the Sea
Miglior sceneggiatura non originale: Jay Cocks e Martin Scorsese per Silence
Miglior film d'animazione: Kubo e la spada magica (Kubo and the Two Strings)
Miglior rivelazione maschile: Lucas Hedges per Manchester by the Sea
Miglior rivelazione femminile: Royalty Hightower per The Fits
Miglior regista esordiente: Trey Edward Shults per Krisha
Miglior film straniero: Il cliente (Forushande)
Miglior documentario: O.J.: Made in America
Miglior cast: Il diritto di contare (Hidden Figures)
Spotlight Award: Peter Berg e Mark Wahlberg per la loro creativa collaborazione
Premio per la libertà di espressione: Cameraperson

Migliori 10 film dell'anno
Arrival
Hacksaw Ridge
Ave, Cesare! (Hail, Caesar!)
Hell or High Water
Il diritto di contare (Hidden Figures)
La La Land
Moonlight
Patriots Day
Silence
Sully

Migliori film stranieri
Elle
Agassi
Julieta
Land of Mine - Sotto la sabbia
Neruda

Migliori documentari
De Palma
La principessa e l'aquila (The Eagle Huntress)
Gleason
Life, Animated
Miss Sharon Jones!

Migliori dieci film indipendenti
20th Century Women
Captain Fantastic
Creative Control
Il diritto di uccidere (Eye in the Sky)
The Fits
Green Room
Hello, My Name Is Doris
Krisha
Morris from America
Sing Street

martedì 29 novembre 2016

Sully - la recensione

Clint Eastwood e Tom Hanks, la coppia perfetta per raccontare la storia del capitano Chesley “Sully” Sullenberger, uomo ordinario diventato eroe.

Era il 15 gennaio del 2009, il volo di linea US Airways 1549 con 155 persone a bordo, pilotato dall'esperto capitano Sullenberger, decolla dall'aeroporto LaGuardia di New York. Due minuti dopo la partenza, l'airbus si scontra con uno stormo di oche mandando in avaria, caso molto raro, entrambi i motori. In quel momento, in una situazione estrema e mai ipotizzata, con la torre di controllo che spinge per il rientro in aeroporto, il capitano Sullenberger decide di ammarare nel trafficato fiume Hudson. Una manovra ai limiti dell'impossibile e molto rischiosa, e che oggi viene ricordata come il "miracolo sull'Hudson". L'atterraggio sul fiume infatti riesce perfettamente, tutti i passeggeri e l'equipaggio vengono tratti in salvo, grazie anche alla pronta reazione dei soccorsi, con il capitano "Sully" ultimo uomo a scendere dall'aereo che stava imbarcando acqua. Salutato subito come un eroe dall'opinione pubblica, Sully deve però fare subito i conti con una commissione d'inchiesta che lo accusa di non aver scelto la soluzione migliore, di aver sbagliato, azzardando una manovra che poteva avere conseguenze drammatiche.

Non è un caso che il film si apra mostrando il tormento e i dubbi del capitano Sully, perché dubitare è umano e Clint Eastwood mette subito al centro della storia l'aspetto che più gli interessa raccontare: il "fattore umano", l'umanità dentro un atto di eroismo.
Sully è un lavoratore, un capitano con oltre quaranta anni di esperienza di volo, che con grande freddezza e professionalità ha dovuto prendere una decisione cruciale, non solo per se stesso ma anche e soprattutto per tutte le altre persone a bordo, in soli 208 secondi. La stessa freddezza e professionalità con cui Sully difende la sua scelta davanti alla commissione d'inchiesta che cerca di dimostrare come invece abbia sbagliato basandosi su delle simulazioni virtuali, che di umano non hanno niente.
Il film racconta l'incidente attraverso delle digressioni, ce lo mostra attraverso diversi punti di vista - la torre di controllo, i passeggeri, la cabina - ma si concentra soprattutto sul dopo, mostrandoci il protagonista nella sua sfera privata, nelle stanze d'albergo e lontano dalla famiglia. Eastwood, con una regia pulita, sobria ed essenziale, toglie dalla storia tutto quello che poteva essere action, lasciando spazio alle azioni umane, proponendo un'idea di eroe diversa dal solito, non qualcuno di speciale ma un uomo ordinario che, grazie alla sua esperienza e al suo istinto, fa il suo lavoro prendendosi delle responsabilità. Concetto da estendere anche all'equipaggio e ai soccorsi.
Sully è anche un "sospiro di sollievo" per la New York post 11 settembre 2001, ricordando che la città, come dice un personaggio nel film, non aveva delle notizie così buone dal cielo da un bel po', soprattutto quando si parla di aeroplani.

Straordinario Tom Hanks, protagonista assoluto del film, catalizza tutta l'attenzione su di sé e riempie totalmente la scena con un'interpretazione sobria, posata, fatta di piccole espressioni cariche di significato. Se arrivasse una nomination ai prossimi Oscar sarebbe assolutamente meritata. Da sottolineare anche la buona prova di Aaron Eckhart, ottima spalla di Hanks.

Sully è un bel film, solido e quadrato, che ci dimostra per l'ennesima volta quanto siano bravi Clint Eastwood e Tom Hanks.

sabato 19 novembre 2016

Animali Notturni - la recensione

"Sì, lo amavo. Era uno scrittore e non avevo fiducia in lui. Presa dal panico gli ho fatto una cosa orribile. Imperdonabile, davvero."
"Lo hai lasciato?"
"L’ho lasciato. L’ho lasciato in un modo brutale."

Tom Ford attinge alle sue qualità di stilista, sceneggiatore e regista, per portare a compimento la sua seconda opera cinematografica, che gli è valsa il Gran Premio della Giuria alla 73ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. E tutto, in Animali Notturni, è offerto allo spettatore per essere assaporato: l’eleganza, la violenza, il dolore.

Tanto la storia quanto i protagonisti, Susan ed Edward, sono tratti dal romanzo "Tony and Susan" di Austin Wright. Come raccontato nel romanzo, Susan riceve un manoscritto, la bozza di un romanzo intitolato “Animali Notturni” che il suo ex-marito, Edward, ha dedicato a lei. La donna trascorrerà tre notti calandosi in un racconto scritto per nutrire il suo rimorso e per farle condividere il dolore di una brutale separazione, così come lo scrittore lo ha vissuto.
Ford sceglie con cura i volti dei due tormentati protagonisti: Amy Adams fa dei suoi occhi, del suo viso e della sua sensuale eleganza gli strumenti recitativi fondamentali per mostrarci Susan e per legarci a lei. A Jake Gyllenhaal è offerto – invece – di recitare nel meta-racconto, come protagonista del romanzo che Susan ha ricevuto. È nella tragedia di Tony, protagonista del romanzo, che il dolore di Edward, lo scrittore, si dispiega. Nel veicolare questo dolore dalla storia del romanzo a Susan e da Susan a noi, Gyllenhaal non risparmia le sue capacità, offrendo agli occhi dello spettatore un corpo e uno spirito sempre più consumati dalla sofferenza, dal rimorso e dal senso di vendetta. Sempre nel romanzo di Edward, i tre pilastri della brutalità umana, della violenza e della disperazione, poggiano anche sui personaggi interpretati rispettivamente da Aaron Taylor-Johnson, inedito nella sua follia e nel senso di minaccia che riesce a trasmettere, e da Michael Shannon, calato con intensità nella parte del detective Bobby Andes.

Il film passa tutto per la mano di Tom Ford, uomo ed esteta, la quale scorre sull'opera come su di un tessuto che viene accuratamente lavorato, dietro l’impulso dell’ispirazione. Come in A Single Man, suo debutto cinematografico alla regia, Ford offre inquadrature in grado di dare il giusto respiro alla composizione scenografica, minimalista e in diverse scene portatrice di riferimenti simbolici. Sempre rispetto al film del 2009, all'alternanza cromatica tra colori tenui e colori vivaci è sostituito il contrasto tra l’ambiente elegante ma decadente in cui vive Susan, e quello selvaggio e desertico dove si svolge il dramma di Tony.
Elemento di forte continuità è invece la colonna sonora di Abel Korzeniowski, il quale ha già dato prova, tanto nella precedente opera di Ford quanto nella serie televisiva Penny Dreadful, di poter conferire con la sua musica una potente carica espressiva alle immagini che accompagna. Il tema di questo film, in particolare, brilla per la sinuosità delle sue linee melodiche, tessuto di un’atmosfera onirica che giunge a un matrimonio perfetto con la surreale, spiazzante e ipnotica scena d’apertura.

Come ogni opera d’arte che può definirsi "di valore", Animali Notturni non teme la reazione contrastante che può sortire sullo spettatore, reclamando proprio il diritto di fare irruzione in quest’ultimo e di produrre il suo effetto. Di irrompere come un pugno di velluto, lasciando che lo spettatore, chino dopo averlo incassato, ringrazi per tutto quello che ha potuto assaporare.

Diego

venerdì 18 novembre 2016

Animali Fantastici e Dove Trovarli - le recensioni "Pro e Contro"

PRO ~

Newt Scamander, un magizoologo inglese, si reca a New York per incontrare una persona. A causa di un malinteso, scambia la sua valigia con quella di un babbano, o no-mag come sono chiamati in America, e per il disastro che ne scaturisce viene fermato da una ex auror, che lo introduce nel mondo della comunità magica americana, fatto di arretratezza, chiusura e paranoia.

La trama di Animali Fantastici e Dove Trovarli si snoda fondamentalmente su due diversi filoni: da un lato Newt che cerca di ritrovare le creature fuggite dalla sua valigia, accompagnato da Jacob Kowalski (il babbano con cui aveva scambiato la valigia e vera star del film), l'ex auror Tina e sua sorella Queenie; dall'altro c'è un qualcosa di oscuro e pericoloso che sembra essersi risvegliato a New York, minacciando l'intera comunità magica, e che ha a che fare con una famiglia babbana repressiva e che odia la magia e il congresso magico degli Stati Uniti.
La sceneggiatura è affidata interamente alla penna di J.K. Rowling, e si vede, la storia scorre fluida e senza tentennamenti, ricca di dettagli apparentemente insignificanti che si rivelano fondamentali e colpi di scena inaspettati, ma soprattutto si nota nella caratterizzazione dei personaggi, dai protagonisti ai secondari, in particolare spicca il meraviglioso no-mag Jacob, punto di vista dell'intera vicenda, rappresentazione dello spettatore che ancora una volta assiste meravigliato al magico mondo che gli si apre d'avanti. Il Newt Scamander di Eddie Redmayne, sempre meraviglioso in ogni suo ruolo, rimane quasi in disparte, spettatore più che artefice, e in questo differisce moltissimo da Harry Potter che era invece l'eroe della sua storia. Non sappiamo se nei prossimi film Newt avrà un ruolo più attivo, ma non sembra probabile, e forse non è un male avere una saga maggiormente corale, con un personaggio strambo e adorabile a far da filo conduttore (nella speranza comunque di una riconferma per gli altri, in particolare Jacob e Queenie).
La regia di David Yates non si discosta particolarmente dello stile già visto in Harry Potter, non brilla particolarmente ma sembra comunque esserci stato un netto miglioramento, in particolare alcune scene sono davvero spettacolari, grazie soprattutto a degli effetti visivi meravigliosi e che fanno degli Animali Fantastici del titolo la cosa più bella del film. Fa piacere anche vedere un Colin Farrell così in parte, inquietante quanto basta senza però mai sfociare nella macchietta, protagonista anche di una delle scene più importanti e che sarà sicuramente fondamentale per il proseguimento della trama orizzontale della saga, ed Ezra Miller bravissimo in un ruolo assolutamente non facile da interpretare.
Un'ultima menzione la meritano le musiche di James Newton Howard, magnifiche nel mescolare il vecchio e familiare tema con nuovi ritmi vicini allo swing e alle atmosfere di una new york anni '20 mai così repressiva.

Con un mix perfettamente equilibrato fra una storia autoconclusiva e piccoli spunti per i capitoli a venire, Animali Fantastici è divertente, meraviglia lo spettatore che si approccia per la prima volta al mondo creato da J.K. Rowling, e restituisce un'atmosfera genuinamente familiare a chi invece con le gesta del famoso maghetto ci è cresciuto.

Chiara
- -
CONTRO ~

A 15 danni dal debutto nelle sale di una delle saghe cinematografiche più conosciute e amate di sempre, eccoci catapultati nuovamente nel magico mondo partorito dalla mente di J.K. Rowling, madre effettiva di Harry Potter. Ed ecco quindi Animali Fantastici e Dove Trovarli, uno spin-off/prequel che cambia totalmente registro rispetto al franchise che tutti noi conosciamo e che ha il compito di approfondire ancora di più il mondo magico da noi tutti amato.

Si cambia scenario, si cambia contesto storico, si cambiano le dinamiche ma purtroppo non si cambia regista: David Yates. Dopo aver diretto gli ultimi quattro film della saga di Harry Potter, Yates torna a confrontarsi con il mondo della Rowling (questa volta anche sceneggiatrice) donando al primo capitolo della saga di Animali Fantastici una regia priva di qualsiasi personalità e ardore, fatto preoccupante se si pensa che sarà al timone anche dei quattro sequel previsti.
Superato lo scoglio registico il film procede per la sua strada indubbiamente affascinante e a tratti emozionanti, ma pur sempre una strada non particolarmente equilibrata sotto ogni punto di vista. Il ritmo, in primis, risulta frastagliato e a volte trascurato, aspetto aggravato anche da un montaggio a volte frenetico e confuso. Nulla da dire del lato tecnico: colonna sonora suggestiva e funzionale (nessuno si aspettava il pathos dei temi di John Williams a cui siamo abituati, ma si poteva fare di meglio), effetti speciali degni di una qualsiasi saga fantasy rispettabile, scenografie degne di nota (ricostruzione della New York degli anni '20 davvero oculata) e ottima fotografia.
Riguardo ai protagonisti... beh, gli animali fantastici fortunatamente riescono, grazie ad una grande caratterizzazione, sia visiva che non, a rubare la scena alla controparte "umana" piuttosto priva di mordente, a parte qualche eccezione nei nomi di Dan Fogler, Ezra Miller e Alison Sudol.

In sostanza Animali Fantastici e Dove Trovarli riesce ad appassionare nuovamente al mondo della magia, pur non ponendo delle basi totalmente solide per il franchise che verrà. Probabilmente per partorire un giudizio più concreto sul fenomeno bisognerà aspettare almeno un altro paio di film, sperando che in seguito a questo antipasto arrivino dei primi piatti più succulenti.

Mat

mercoledì 9 novembre 2016

Sing Street - la recensione

Siamo in pieni anni ottanta e il quattordicenne Conor vive con la famiglia a Dublino. Per superare i problemi legati a un divorzio imminente e a una situazione economica tutt'altro che rosea, Conor si rifugia nella musica, complice anche il fratello maggiore. Un giorno, a scuola, incontra una ragazza più grande e per conquistarla le dice di essere in una band e di volerla in un loro video, ma quando lei accetta Conor dovrà mettere insieme la band per davvero e rimarrà immischiato nella musica molto più di quanto non si sarebbe aspettato.

John Carney, già regista di piccole perle molto musicali come Once e Tutto può Cambiare, racconta una storia molto classica, un tipico "school movie" con tanto di problemi adolescenziali, un preside oppressivo e una bellissima ragazza da conquistare, ma lo fa in modo estremamente fresco, senza fare un'operazione nostalgia sugli anni ottanta, ma immergendo totalmente storia e personaggi in quel contesto. 
La musica è essenziale in Sing Street, non solo perché ripropone tutta la variopinta e ampia proposta di quel decennio (dai Duran Duran ai The Cure) ma perché è la musica stessa a raccontare la crescita e la presa di coscienza di Conor con una serie di splendidi brani originali e un gusto nel girare videoclip squisitamente da VHS.

Non ci sono particolari colpi di scena, grandi drammi o cose strane, è tutto molto pulito, lineare, un mondo costruito e vissuto a misura di adolescente in cui gli adulti non entrano mai, perché non potrebbero capire, né interagire. E in tutta questa musica, c'è anche una delle storie d'amore più romantiche degli ultimi anni, vissuta senza tragedia, ma solo con sincerità.
Davvero una piccola perla.

lunedì 31 ottobre 2016

Halloween: 5 film tra horror e risate

Halloween e i film horror, un binomio inevitabile. Nella notte più spaventosa dell'anno è ormai tradizione guardare film da brivido, ma tra zombie, vampiri, assassini spietati e mostri di vario genere, perché non farsi anche qualche risata?

Ecco 5 titoli di film perfetti per la notte di Halloween, ma capaci di divertire e adatti a un pubblico più vasto.

1. L'Alba dei Morti Dementi (2004)

Diretto da Edgar Wright, vede protagonisti Simon Pegg e Nick Frost, ed è il primo film della Trilogia del Cornetto.
Tra parodia e omaggio ai classici zombie movie (come si evince già dal titolo), condito da ironia e tanto humor nero, il film racconta di un'invasione di non-morti a Londra, con Shaun, trentenne dalla vita poco soddisfacente, che dopo una nottata passata a sbronzarsi in un pub, scopre che la città è invasa dagli zombie. Comincia così una spassosa lotta per la sopravvivenza.

Un piccolo cult che ha conquistato anche uno che di zombie se ne intende, George A. Romero.

2. Beetlejuice (1988)

Una coppia di giovani sposi, Adam e Barbara, muore in un banale incidente stradale, si ritrovano così catapultati in un bizzarro al di là, diverso da come l'avevano immaginato. Sono ancora nella loro amata casa ma in una esistenza incorporea, fantasmi in casa propria. Nonostante tutto, Adam e Barbara sono pronti a ritrovare la loro routine ma la casa, vuota per i vivi, viene comprata da una moderna coppia newyorkese, con una figlia amante del tetro. La coppia rivoluziona la casa rovinando la pace di Adam e Barbara che provano a reagire, tentano di spaventarli facendo i fantasmi, ma niente sembra scalfire i due nuovi inquilini. Come soluzione estrema decidono di chiamare uno specialista, il folle Betelgeuse (Beetlejuice).

Uno dei migliori film di Tim Burton, con effetti speciali "artigianali", quasi cartooneschi, trovate davvero geniali e divertenti, e un irresistibile Michael Keaton. Oscar per il miglior trucco (1989).

3. ParaNorman (2012)

Il film vede al centro della storia Norman, undicenne introverso, solitario, bullizzato a scuola, e grande appassionato di horror. Norman ha una particolarità: vede i fantasmi e può comunicare con i morti. Quando la maledizione della strega colpirà la sua cittadina risvegliando alcuni zombie, l'unico che potrà salvare tutti sarà proprio Norman.

Film in stop-motion, in pieno stile Laika Entertainment, ParaNorman è un piccolo capolavoro, uno dei film d'animazione più sottovalutati degli ultimi anni.

4. Benvenuti a Zombieland (2009)

In un mondo post-apocalittico, dopo che un'invasione di zombie ha decimato la popolazione, s'incontrano Columbus, un ragazzo che sta cercando i suoi genitori per vedere se sono ancora vivi, Tallahassee, cowboy fuori tempo che non teme gli zombie, e le sorelle Wichita e Little Rock, solo apparentemente indifese. Quattro sopravvissuti alla ricerca di un luogo di pace, un parco giochi, si ritroveranno a lottare contro gli zombie in una grande battaglia.

Quattro protagonisti perfetti, Jesse Eisenberg, Woody Harrelson, Emma Stone e Abigail Breslin, per un film che ha avuto un successo pazzesco e del tutto inaspettato, tra zombie e risate. Imperdibile il cammeo di Bill Murray.

5. Scary Movie 3 (2003)

Terzo capitolo della saga di Scary Movie, il primo diretto da un vero esperto del genere, David Zucker, e forse il migliore della serie. L'intraprendente giornalista Cindy Campbell decide di investigare su misteriosi eventi che stanno colpendo il pianeta, dalla videocassetta che porta morte, ai cerchi nel grano.

Parodia di tanti film, non solo horror, da The Ring a Signs, da Matrix a 8 Mile, il film dà vita a una serie di situazioni comiche demenziali spesso esilaranti. Nel cast Anna Faris, Charlie Sheen e Leslie Nielsen.

sabato 29 ottobre 2016

Doctor Strange - la recensione

Stephen Strange è un brillante neurochirurgo, ma arrogante e dall'ego smisurato, la sua vita fatta di riconoscimenti e denaro viene sconvolta da un violento incidente stradale che gli fa perdere l'uso delle mani. Dopo aver speso tutti i suoi soldi in infruttuosi tentativi di guarigione, si reca in Nepal, nell'antico tempio di Kamar-taj dove ha sentito parlare di miracolose cure. Qui, sotto la guida dell'Antico, scoprirà che c'è molto di più oltre il mondo che conosce, un universo dove la magia è reale e i nemici si muovono oltre il piano dell'esistenza fisica.

Quattordicesimo film del Marvel Cinematic Universe e secondo di questa fase tre, Doctor Strange era particolarmente atteso non solo perché vedeva il debutto di Benedict Cumberbatch nel mondo dei cinecomic, ma soprattutto perché l'introduzione del Multiverso, così importante nei fumetti, nel MCU promette di cambiare radicalmente quanto fatto sin ora con i Vendicatori e lanciare definitivamente la fase tre verso il prossimo Avangers: Infinity War.
Da un punto di vista prettamente narrativo questo nuovo capitolo non offre nulla di particolarmente originale oltre la classica storia di origine che la Marvel ci ha abituato a vedere fin dal suo esordio. Si può dire anzi che, proprio perché aveva il compito di introdurre lo spettatore. non solo ad un nuovo personaggio ma direttamente all'interno di un nuovo mondo, diverso e parallelo a quanto visto fin ora, può ricordare molto il primo Iron Man, dove il film con Robert Downey Jr doveva presentare l'intero progetto.

La scelta di Benedict Cumberbatch, perfetto nel ruolo del (non ancora) stregone supremo, è significativa, poiché attore di indubbio talento e grande carisma, tanto che potrebbe essere proprio lui a prendere le redini del MCU nell'eventualità che il suo collega Tony Stark andasse "in pensione".
Il cast di contorno fa un ottimo lavoro a sua volta: Tilda Swinton è una magnifica Antico e fuga ogni dubbio (l'Antico dei fumetti è un uomo anziano e più di un fan aveva storto il naso alla notizia del casting di una donna nel ruolo), e Mads Mikkelsen sopperisce con la sua presenza scenica alle solite carenze di caratterizzazione del villain che ormai sono tristemente tipiche dei lungometraggi Marvel.

Ciò che davvero impressiona e che rappresenta un'innovazione totale rispetto a quanto visto fin ora nei cinecomic, è l'aspetto visivo del film. Strange e gli altri stregoni si muovono in un incastro di dimensioni e scenari che ricordano Inception di Nolan, mondi presi dai più visionari quadri di Escher, in una rappresentazione surreale e colorata, figlia di una sottocultura anni '60 psichedelica che è tipica delle pagine soprattutto del primissimo Doctor Strange.
Infine un plauso va a Michael Giacchino, autore di una colonna sonora davvero meravigliosa che si amalgama perfettamente alle scene sia più intime che quelle più visionarie, con un paio di tracce addirittura indimenticabili.

Pur mantenendo una struttura lineare, tipica delle origin story Marvel, il film di Scott Derrickson rappresenta un punto di svolta importante nell'universo cinematografico Marvel, un'esperienza visiva coinvolgente e divertentissima. Da vedere preferibilmente in 3D.

lunedì 24 ottobre 2016

[Roma FF11] Lion - la recensione

Tratto da una storia vera, Lion racconta di Saroo, 5 anni, che mentre aspetta il ritorno di suo fratello in una stazione nella periferia estrema dell'India, sul finire degli anni '80, si perde e finisce a Calcutta, senza avere idea di come fare a tornare indietro né di dove esattamente sia casa sua. Adottato da una coppia australiana, Saroo (Dev Patel) diventa un giovane uomo brillante, ma i ricordi della sua prima infanzia e il senso di colpa verso la madre e il fratello perduti lo spingono a ricercare, armato solo di Google Earth e pazienza, il villaggio dove è nato.

Una storia vera, ma incredibilmente cinematografica, che il regista esordiente Garth Davis mette in scena concentrandosi principalmente su due momenti fondamentali della vita di Saroo: la sua infanzia in India, irrimediabilmente segnata dal suo smarrirsi, ritrovandosi a vivere per strada come centinaia di altri bambini di Calcutta, e la sua giovinezza in Australia, quando i ricordi iniziano a riemergere e Saroo si trova diviso fra la necessità di ritrovare sua madre e suo fratello e l'amore per la sua famiglia adottiva, in particolare per la madre verso cui ha fortissimi sentimenti di riconoscenza e istinto protettivo. Nicole Kidman, in questo ruolo, è davvero fantastica, riesce a incarnare la forza,l'amore, ma anche l'enorme fragilità di questa donna che ha dedicato la sua vita a dare amore a chi era in difficoltà. Ottima anche Rooney Mara, fidanzata di Saroo e prima ad appoggiare il suo progetto per ritrovare le sue origini, e David Wenham nel ruolo del padre adottivo.

La storia non è particolarmente imprevedibile, ma spinge sui sentimenti e riesce perfettamente a commuovere e ad emozionare moltissimo, non solo nel finale struggente ma fin da subito, e in questo è stata fondamentale e azzeccata la scelta del bambino che ha interpretato il piccolo Saroo.

Una storia che parla della ricerca di se stessi e delle proprie origini, ma soprattutto che parla di famiglia e amore nella forma più pura, un film che molto probabilmente ritroveremo nella stagione dei premi, grazie soprattutto a una Nicole Kidman in grandissimo spolvero.